La partecipazione nella marginalità

Lettera diocesana 2024/05

Cos’è la marginalità? La posizione di individui o gruppi ai quali risulta di fatto precluso l’accesso sia alla produzione che al consumo di beni e servizi, nonché alla gestione del potere.

Da ragazzo sognavo un lavoro che potesse far diventare gli ultimi meno ultimi (o in altre parole meno marginali). Cercavo qualcosa che avesse uno scopo alto, che sognasse di cambiare il mondo assieme a me. In questa scelta non avevo opinioni sul modo migliore per arrivare a farlo, pensavo che l’importante fosse solo lo scopo. Poi il percorso di studi mi ha portato a lavorare in un’impresa sociale che si occupa di inclusione lavorativa di persone con disabilità e lo fa in forma di cooperativa. Dopo 15 anni sto ancora scoprendo il potere della cooperazione.  È l’unica forma giuridica a cui la Costituzione (art. 45), non soltanto riconosce la funzione sociale, ma dà mandato alla Repubblica di sorreggerla, di promuoverla, di svilupparla, cioè di sostenerla.

Uno dei pilastri della cooperazione è la partecipazione.

Nel lavoro una cosa che dà gioia a tutte le persone è la partecipazione all’azione collettiva libera tra pari. Le grandi industrie si stanno rendendo conto che per innovare ed esistere hanno bisogno di persone creative, generative e con un sistema valoriale che le renda appassionate del loro lavoro. [1]

C’è un terreno su cui si gioca questa possibilità: la relazione. La relazione in un’azienda, come nella vita, ha due facce: la fiducia e la libertà da una parte e la vulnerabilità e ferita dall’altra (se ti do fiducia mi espongo alla possibilità di stare male). Ormai in tutte le aziende si vogliono creare sistemi che incentivino la libertà di essere protagonisti del proprio lavoro, sistemi che mettano le persone al centro… ma si ha gran paura dell’apertura di credito, del rischio della delega, della perdita di controllo, dell’uscire da schemi precostituiti. Di fatto, in molte realtà, il lavoratore presto scopre che la libertà concessa è solo strumentale alle logiche di potere e controllo di chi comanda. Nelle aziende tradizionali, l’imprenditore, e di conseguenza i manager, spesso si pongono in una situazione di NON vulnerabilità (e possono farlo di diritti proprio in quanto proprietari): cercano di progettare ambienti con un bel clima per sperare di avere persone generative, ma purtroppo creano sistemi che li rimettono al centro e tengono le distanze rispetto i lavoratori. La cooperativa invece, per come è fatta, ha un valore aggiunto e anticorpo naturale: la proprietà è dei lavoratori. Qualsiasi manager e dirigente di una cooperativa è vulnerabile perché la sovranità appartiene ai lavoratori, non a lui. La partecipazione e la democrazia rendono la vulnerabilità un elemento costitutivo dell’organizzazione… non un regalo dall’alto di qualcuno illuminato. Questo funzionamento, se consapevolizzato, può dispiegare un potenziale incredibile, non solo per l’organizzazione, ma anche per i lavoratori che trovano un luogo dove crescere come persone e dove sognare di contribuire a un mondo migliore.

La vera sfida tuttavia, per le cooperative, come per qualsiasi contesto dove si invoca la partecipazione come motore del cambiamento, è guardare alla fiducia senza aver paura della vulnerabilità e della marginalità, creando sistemi che possano mettere al centro questa logica.

Stefano Turcato, vicepresidente cooperativa sociale Riesco
e membro della delegazione padovana alla Settimana sociale di Trieste

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[1] Su questi temi si legga: Luigino Bruni, “Critica della ragione manageriale e della consulenza”, EPM Editore, 2023