Il Rito del Matrimonio nella celebrazione eucaristica o nella celebrazione della Parola di Dio

Lettera diocesana 2019/02

A quindici anni dalla seconda edizione del Rito del Matrimonio – era il 2004 –, il grande entusiasmo con cui si salutavano le novità introdotte dal nuovo rituale sembrano affievolite e anche ciò che poteva apparire un punto di forza, sembra essere già “logoro” e incapace di accompagnare le sfide della pastorale del fidanzamento e l’annunzio del Vangelo della famiglia.

Ricordo come, nel 2004, la nostra Diocesi si prodigò – in modo capillare su tutto il suo territorio – perché fossero fatti una serie di incontri per presentare il nuovo libro liturgico. Oggi come allora è necessario ribadire che l’intentio profonda di quel testo non possa essere ridotta e fraintesa con una sorta di lifting rituale con cui, sostituendo «ti accolgo» con «ti prendo», o motivando una non ben comprensibile memoria Baptismi, noi otterremmo una risposta di fede rinnovata di coloro che chiedono alla Chiesa le nozze cristiane…

L’eccessiva attenzione attorno agli elementi rituali di novità introdotti, ha generato e – in effetti continua a farlo – un’impasse… Sappiamo, infatti, che i sacramenti presuppongono la fede e constatiamo al contempo la situazione reale della fede delle nuove generazioni. Il Rito del Matrimonio si proponeva (si propone?) di raccogliere questa sfida: molti fidanzati sono giovani lontani dalla Chiesa, in ricerca, in cammino di riscoperta della fede, per i quali Cristo non è al centro ma solo “all’orizzonte” della loro vita, in clima talvolta molto secolarizzato… Per queste ragioni il Rito del 2004 si propone una certa “flessibilità liturgica” che possa divenire espressione simbolico-rituale veritativa (e proporzionata) rispetto alla situazione reale della fede dei nubendi. Già il Rito del Matrimonio del 1975 «in qualche circostanza straordinaria e per giusta causa…» proponeva il matrimonio senza la messa; per analogia, il nuovo Rito non propone un modello celebrativo “per chi ha fede” e “per chi ha poca fede”… né intende prendere atto supinamente di una situazione per offrire un minimum senza alcuna prospettiva di avanzamento… Invece – partendo dal riferimento che l’amore tra l’uomo e la donna trova il suo senso pieno in Cristo e il suo compimento nel mistero eucaristico-pasquale dell’unione di Cristo sposo con la Chiesa sposa – molti itinerari al matrimonio cristiano (non la fine, con “l’incontrino prepariamo il rito”!) potrebbe iniziare proprio con la duplice proposta che la liturgia nuziale oggi ci offre, cogliendo l’occasione di accompagnare i fidanzati in un discernimento reale e sereno della loro situazione di fede: la loro fede è stabilmente fondata sul mistero eucaristico e pasquale di Gesù Cristo, oppure la loro fede è solo “orientata e orientabile” a questa prospettiva, ma è ancora priva di scelte concrete e stabili?

è chiaro come la duplice proposta della Chiesa di sposarsi “nella celebrazione eucaristica” o “nella celebrazione della Parola di Dio”, non sarà un’opzione idealistica e impraticabile se la si usa come un criterio di discernimento affidato ai fidanzati all’inizio dell’itinerario perché, accompagnati dal presbitero che sta camminando con loro, possano giungere a compiere un esercizio – oggi sempre più raro in tutti gli ambiti – di autentico discernimento personale.

  1. Il “Rito del Matrimonio nella celebrazione eucaristica” esprime come una coppia di fidanzati si proponga di celebrare il loro matrimonio entro una scelta di fede già compiuta nella loro vita cristiana. Gli sposi (e i presbiteri) possono trovare in questo modello rituale l’espressione della bellezza del celebrare cristiano, della ministerialità sponsale, della sinergia tra amore umano e amore trinitario-cristologico-eucaristico: il fuoco simbolico-rituale si sposterà così dal consenso verso la communio eucaristica sub utraque specie (corpo e sangue) da parte degli sposi, segno visibile dell’amore sponsale (Cristo-Chiesa) donato per grazia e impegno degli sposi a vivere un amore generoso e totale. La communio eucaristica appare come il vertice teologico, simbolico e rituale e, con il consenso, esprime come l’approdo naturale dell’amore degli sposi in quello cristologico-pasquale.
  1. Il “Rito del Matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio” non va pensato come una specie di penalizzazione della prima forma (quella nella celebrazione eucaristica), quasi per “sottrazione di elementi” dalla stessa! Questa seconda modalità celebrativa esprime più adeguatamente una ritualità coerente con la situazione di una coppia che «in occasione del matrimonio si pone in via di rinnovata iniziazione cristiana»; non è una forma rituale per i “lontani” – con l’accettazione supina che resteranno tali – quanto piuttosto per chi abitualmente è lontano dall’esercizio spirituale e sacramentale della fede, per coloro che sono da tempo lontani dalla Chiesa, per coloro che sono in ripresa di fede, per coloro che vivono in posizioni di riserva o contestazione per certi aspetti della vita ecclesiale… Si tratta di una seconda modalità rituale da “scegliere”, insieme, pastori e fidanzati, in coerenza con la propria situazione di fede; non è una modalità da “imporre”, quasi in modo “punitivo”; si tratta di rendere l’occasione del loro matrimonio uno stimolo a “ripartire”, facendo del matrimonio “nella celebrazione della Parola di Dio” una meta e al contempo un punto di partenza, evitando le tristemente note celebrazioni “di facciata”. Questo modello rituale intende esprime una “verità”, dire cosa a loro è possibile “ora”: si tratta della scelta più impegnativa che questo nuovo rito chiede dal punto di vista pastorale ai presbiteri e alle coppie guida, per accompagnare i fidanzati a una adesione a Cristo e alla Chiesa che ancora non sanno fare. Molte giovani coppie, lontane e disabituate al linguaggio liturgico, potrebbero avere l’occasione di una celebrazione più proporzionata alla loro reale situazione di fede, senza la responsabilità (spesso non percepita) esistenziale e celebrativa dell’Eucaristia: pensiamo a certe assemblee eucaristiche durante le nozze, alla loro estraneità rituale e alla loro lontananza dalla mensa eucaristica. Emergerebbe un’altra centralità, quella della Parola di Dio, modello esemplare dell’ascolto e della rinnovata relazione con Cristo e la Chiesa; il simbolo vertice (anziché la communio eucaristica) sarà la Traditio sacrœ Scripturœ (la Consegna della Sacra Scrittura) ritualizzata, da intendersi non come “regalo” qualificato-spirituale, bensì come viatico nel cammino di ripresa della loro fede e simbolo della loro impegno a ricercare e ascoltare di Dio.

don Gianandrea Di Donna, direttore Ufficio per la Liturgia

 


La celebrazione del matrimonio e la fede dei futuri sposi

 

Trattando del “Rito del matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio”, cioè senza l’Eucaristia, il direttore dell’Ufficio per la Liturgia, don Gianandrea Di Donna, ha indicato con chiarezza in quali situazioni ci si potrebbe trovare a fare questo tipo di scelta. Si tratta di matrimoni tra battezzati cattolici, i quali, entrambi o uno di essi, sono «abitualmente lontani dall’esercizio spirituale e sacramentale della fede… sono da tempo lontani dalla Chiesa,… sono in ripresa di fede,… vivono in posizioni di riserva o contestazione per certi aspetti della vita ecclesiale…». Si tratta, indubbiamente, di un elenco solo esemplificativo e non esaustivo.

Il discernimento sulla scelta del rito, con o senza la celebrazione dell’Eucaristia, è l’ultimo atto di un percorso che i futuri sposi hanno compiuto, accompagnati da coloro che hanno curato la preparazione del matrimonio. Giustamente don Gianandrea Di Donna, nella sua nota, evidenzia l’esigenza irrinunciabile del rispetto della verità del gesto che i due fedeli compiono sposandosi. Sotto questo profilo va sottolineato che scegliendo il rito del matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio, senza l’Eucaristia, «Molte giovani coppie… potrebbero avere l’occasione di una celebrazione più proporzionata alla loro reale situazione di fede».

La doverosa attenzione “alla reale situazione di fede” dei nubendi chiama in causa, anche il fatto che, al fine di compiere una valida e fruttuosa celebrazione, si deve tener presente che:

1° gli sposi sono i ministri del sacramento del matrimonio (cf Amoris laetitia, 75);

2° tra i battezzati, non può sussistere valido matrimonio che non sia per ciò stesso sacramento (can. 1055 § 2).

Di conseguenza, la scelta del “Rito del matrimonio nella celebrazione della Parola di Dio”, cioè senza l’Eucaristia, può essere fatta prestando attenzione all’eventualità che tale scelta non sottintenda implicitamente o esplicitamente l’esclusione della dignità sacramentale del matrimonio. Qualora, infatti, si verificasse una tale circostanza il matrimonio sarebbe nullo e se ciò fosse evidente prima della celebrazione i due non potrebbero essere ammessi alla celebrazione del matrimonio cristiano.

La questione del rapporto tra la fede dei nubendi e la celebrazione del sacramento è una questione complessa, che è stata oggetto di discussione nei due sinodi che ultimamente si sono succeduti sulla famiglia e nel sinodo del 1980, tenutosi sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II. Comunque, quanto il santo pontefice scrive nella Familiaris consortio al n. 68 rimane un punto di riferimento illuminante per un sano discernimento. In sintesi: quando due battezzati cattolici chiedono di sposarsi in chiesa e accolgono sul matrimonio il progetto di Dio, ovvero vogliono stabilire tra loro una unione fedele, indissolubile e aperta al dono della vita, manifestano una retta intenzione e in forza del loro battesimo Cristo li santifica nella grazia del sacramento. A ciò si oppone solo un «rifiuto esplicito e formale di ciò che la Chiesa intende quando si celebra il matrimonio dei battezzati».

Di solito, nei casi che si presentano, accade che solo uno dei due dichiara di essere lontano dalla fede della Chiesa e da anni non praticante. Anche in questo caso, saggezza e prudenza pastorale suggeriscono di far comprendere e accogliere la volontà di sposarsi in chiesa “per far contento l’altro” non come una formalistica ed esteriore accondiscendenza, ma come la condivisione e l’accoglienza del valore del matrimonio così come inteso dalla parte più credente e cioè, in ultima analisi, dalla Chiesa. Diversamente, una radicata posizione contraria impedirebbe le nozze.

mons. Tiziano Vanzetto, Cancelliere vescovile