L’inculturazione dei riti: un piccolo adagio

Lettera diocesana 2018/08

Se il presbitero è rivestito di una casula dagli sgargianti colori africani o sta seduto a fior di loto dinanzi a un tavolino giapponese… allora l’inculturazione della liturgia è quasi fatta; si è sulla buona strada!

Capisco di iniziare con uno scortese ceffone! Ma chi scrive non è così sprovveduto da ritenere che scelte rituali di questo tipo non possano essere utili al processo di inculturazione di quelle Chiese che nelle regioni del mondo camminano alla ricerca di un rito sempre più espressivo del loro ethos… Se invece a operare questo genere d’inculturazione fosse chi, nella sua storia più autentica, ha celebrato nelle Domus Ecclesiæ di Roma, nelle basiliche di Costantino, nelle pievi romaniche di Toscana, sugli altari barocchi più suntuosi o nelle algide chiese neoclassiche, nella Sagrada Familia a Barcellona o nella Herz-Jesu Kirche a Monaco di Baviera… allora questo modo di intendere l’inculturazione è da ritenersi perlomeno ingenuo.

Gli studiosi dell’antropologia del rito sostengono, infatti, che l’inculturazione non vada assimilata ai processi di acculturazione: quest’ultima è una sorta di accostamento di riti e sensibilità diverse, disposti ad accogliere nella propria liturgia elementi di un altro popolo, attraverso processi di accettazione, adattamento o reazione[1]. Il rischio è che queste forme rituali si mettano a contatto senza mai compenetrarsi; quasi giustapponendosi. Per dirla con monsignor Brambilla è necessario comprendere come

«l’adattamento non procede concettualmente da rito a rito, bensì ritraduce l’intenzione rituale presente nel complesso celebrativo ricevuto dalla tradizione in un diverso sistema simbolico»[2].

è chiaro che una Chiesa africana deve sperimentare il suo canto liturgico o la foggia delle sue vesti… e si capisce chiaramente come il modo di celebrare la Parola di Dio in Giappone non possa essere clonato da quello di Bisanzio, di Roma o di Londra; il problema sorge quando un’assemblea eucaristica italiana, francese o belga, radunata per celebrare i divini misteri, dimenticando la storia della sua incarnazione del Vangelo, si limita a usare un modello rituale che non le appartiene, senza riflessione e – forse – con un po’ d’ingenuità antropologica o, peggio, con l’incanto di qualche seduzione folkloristica…

Con ciò, non credo che la nostra Europa non abbia il diritto di edificare le sue aule liturgiche secondo lo spirito del tempo, servendosi magari di materiali e sensibilità cibernetiche, o non possa cantare la sua fede con intonazione vicina alla vita delle nostre campagne, alla musicalità dei nostri boschi, all’acustica di una chiesa del Mille, all’esuberanza di un giovane… La questione dell’inculturazione è parte essenziale del cristianesimo, poiché il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. L’inculturazione però non può essere ingenua, affrettata, “scopiazzata”, puerile, folkloristica… Il suo processo ha origine dal mutuo scambio tra cultura e rito, nel quale da una parte il rito ha assimilato linguaggi, arte, antropologia, musica… e dall’altra la cultura ha ricevuto un’evangelizzazione da parte del rito, dovendo non semplicemente “esprimere qualcosa” ma facendosi visibilità del mistero di salvezza che viene da Dio. In tal senso allora l’assunzione di una cultura non è mai stata, da parte della Chiesa, acritica, totale, indifferente; anche il cristianesimo ha purificato e trasformato quanto, nelle culture assunte, si mostrava contrario all’uomo o alla verità rivelata da Cristo. L’azione liturgica, infatti, non è un mero atto didattico, espositivo della fede: il segno visibile rituale – che sempre scaturisce dall’ethos culturale e antropologico di un popolo – è chiamato allo stesso tempo a essere espressione visibile dell’invisibile agire di Cristo; in tal senso la natura divina e umana del celebrare cristiano non possono mai essere separate e sono necessarie in ogni processo di inculturazione.

La tradizione missionaria della Chiesa ha sempre compiuto con grande intelligenza questo processo; fatta eccezione per qualche raro caso, come in Africa ad esempio, importando il modello romano più che ispirandosi alle radici Alessandrine ed Etiopi dei riti africani… I grandi evangelizzatori, invece, in ragione dell’inculturazione dei riti, costruirono le prime grammatiche e resero scrivibili (inventando gli alfabeti) quelle lingue, trasmesse fino ad allora soltanto oralmente. Ciò produsse le grandi traduzioni della Bibbia e della messa. Basterebbe pensare all’opera dei santi Cirillo e Metodio tra gli Slavi o a quella di Matteo Ricci in Cina… Essi, come gli altri giganti dell’evangelizzazione e della missione, non fecero questo genere di operazione in modo isolato o individualistico ma sempre si appellarono ai vescovi e al papa, ritenendo che la prima forma di autentica evangelizzazione fosse la garanzia di apostolicità, lontana da personalismi, ibridismi o ingenue improvvisazioni.

Dal nostro punto di vista, mentre ci apprestiamo alla grazia di celebrare l’Ottobre missionario, siamo invitati a riconoscere, prima di avventurarci in “inculturazioni d’assalto”, la necessità di uno studio approfondito, dell’apporto della Scrittura, della tradizione liturgica ecclesiale, delle scienze umane e antropologiche, degli studi dei grandi liturgisti, della comunione ecclesiale, della sperimentazione in loco, dell’autorità apostolica delle Conferenze episcopali e del papa. Questo è necessario e ci rende consapevoli del fatto che banalizzare l’inculturazione significa mettere in gioco l’efficacia stessa dell’evangelizzazione… Ciò chiede a tutti noi di non barattare questo fondamentale capitolo della vita della Chiesa, inaugurato dalla penna dei profeti e degli evangelisti – che, ad esempio, scelsero la lingua della koinè – con qualunque intruglio liturgico: il Signore Gesù ebbe ossequio delle forme rituali del suo popolo, celebrandole lui stesso in famiglia, in sinagoga e al Tempio, ma a quei riti d’Israele consegnò uno Spirito e una verità nuova (cfr. Gv 4,23), rendendoli espressione della sua stessa persona divina.

don Gianandrea Di Donna, Ufficio diocesano per la Liturgia

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[1] Cfr. M. Dhavamony, Inculturazione. Riflessioni sistematiche di antropologia sociale e di teologia cristiana, Cinisello Balsamo (Mi) 2000, 39-40.
[2] F.G. Brambilla, Ermeneutica teologica dell’adattamento liturgico, in AA.VV., Liturgia e adattamento. Dimensioni culturali e teologico-pastorali. Atti della XVIII settimana di studio dell’Associazione Professori di Liturgia (Erice, 27 agosto – 1 settembre 1989), Roma 1990,79.