Da ferite a feritoie

Lettera diocesana 2019/01

Tra le esperienze che segnano in maniera profonda e indelebile la vita di una persona, c’è quella della fragilità e del morire. Uno sguardo retrospettivo, anche semplice, permette di osservare che in ogni passaggio della vita facciamo l’esperienza del nostro essere esposti alla fragilità, sia come limite, che come possibilità.

La fragilità fa parte del nostro essere, è un dato di fatto: nasciamo fragili e continuiamo a esserlo fino alla morte, espressione massima di questa condizione. La fragilità abita la nostra vita e assume tante forme che hanno il nome di vulnerabilità, fallibilità, debolezza. Il nostro corpo fa i conti ogni giorno con la sua caducità, scopriamo di essere vulnerabili negli affetti più cari, nei sentimenti e nelle relazioni fino a sperimentare il dolore straziante per una perdita. Ci incontriamo a ogni passo con la nostra e l’altrui debolezza.

Ma è proprio attraverso l’ascolto, la conoscenza e l’accettazione delle nostre fragilità che possiamo comprendere e accogliere le fragilità e le ferite dell’altro. Sperimentare la propria fragilità è un’opportunità per sapere condividere e sostenere le ferite altrui e trasformarle in feritoie.

Nell’ombra della fragilità, soprattutto quella che si sperimenta nella malattia e nel proprio morire, si staglia anche una luce che proviene dalla fede in un Dio che non ha negato la fragilità ma se ne è fatto carico. Il Dio di Gesù Cristo è un Dio che ha fatto alleanza con le fragilità, e i fallimenti dell’uomo. Egli è venuto ad abitare la nostra debolezza, fino a condividerne la prova più buia: la nostra stessa morte. Il vissuto di Gesù ci fa vedere le lacrime che Dio versa dimostrandosi fragile e “impotente”. Questa immagine, così forte e per certi versi scandalosa, ci fa pensare a un Dio che in un certo senso ha bisogno di noi, che chiama noi ad aiutare lui, come ricorda Etty Hillesum: «Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi»[1].

Ma proprio perché Dio nel Signore Gesù ha attraversato tutta la nostra fragilità, noi possiamo leggere nell’esperienza della fragilità e della morte il suo appello, la sua presenza come dono di salvezza. Così, infatti, i vescovi italiani si esprimono:

«Alle tante fragilità affettive, aggiungiamo quelle relative ai ruoli, come la perdita di lavoro, il fallimento educativo. Possiamo pensare, inoltre, anche alle malattie – soprattutto psichiche – al lutto per la perdita di una persona cara, alle situazioni di disabilità, alla consapevolezza legata al processo d’invecchiamento, fino all’estrema fragilità, rappresentata dal morire. A questo livello ci troviamo nel campo di quella ricerca di senso, che da sempre abita l’uomo: l’integrazione del limite, ossia il significato del morire nelle sue infinite sfaccettature. Si tratta di esperienze che interpellano la speranza, da quella necessaria per vivere la solitudine e la malattia, fino a quella che è la chiave per affrontare la propria morte non come la fine, ma come il compimento dell’esistenza. Il morire, infatti, può diventare il massimo atto umano nell’affidamento alla vita che prevarrà oltre la morte, grazie alla promessa che sempre la abita: questa disponibilità di fondo è propria di chi ha vissuto la vita donandola. Con questo siamo nel cuore della fede, dell’annuncio del Dio della vita, della rivelazione della pasqua di morte e risurrezione del Signore e dell’affermazione del Credo: “Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna”. Siamo nel kerigma pasquale».[2]

Queste situazioni mai identiche tra loro, convocano la comunità cristiana a un ascolto attento potremo dire un “secondo ascolto” dell’umanità ferita. Solo da questo secondo ascolto può nascere un “secondo annuncio”, l’offerta per tutti di vivere umanamente l’affidamento alla vita che prevarrà oltre la malattia e la morte.

Scrive Anselm Grün: «La malattia infrange le concezioni che ho su di me, sulla vita, su Dio. Se lascio che le mie concezioni vengano infrante, mi dischiudo al mio vero sé, a nuove possibilità di vita, mi apro al prossimo e a Dio totalmente altro, ineffabile». E Papa Francesco ci ricorda che la realtà, nella sua fragilità, è già bellezza, terreno in cui possono fiorire piccoli miracoli silenziosi (EG 233).

Così anche per le nostre comunità, c’è la possibilità di creare quei presupposti perché dentro alle situazioni di fragilità, si possa far sentire quell’annuncio del Vangelo, che sa trasformare le ferite in feritoie. A questo proposto poche settimane fa un gruppo di persone impegnate a vario titolo nell’accompagnamento al lutto si sono ritrovate per condividere le loro esperienze ed elaborare in futuro una proposta pastorale specifica per le parrocchie. I prossimi mesi sono sicuramente promettenti per il cammino.

don Giorgio Bezze, direttore Ufficio Annuncio e Catechesi, Padova

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[1] Etty Hillesum, Diario 1941-1943, p 169.
[2] CEI, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, n. 41.